GENIALITÀ ANAFFETTIVE

” Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno avvicinato la gente, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale. L’unione dell’umanità…”

Ieri pomeriggio mentre guardavo la tv, mi sono imbattuta nel nuovo spot di Lavazza,il qualereplica l’audio di una scena del film Il Grande Dittatore, di Charlie Chaplin, anno1940. Un discorso sull’umanità, accostato alla sinfonia magnetica di Ezio Bosso “Rain in your black eyes” dove le spie emotive hanno incominciato ad accendersi.

Il binomio suono/immagine è sempre stato infallibile, perchè battezza significati rifiniti e subliminali. La vista si dilata, le vie del cuore riaprono i cantieri e tutti quei cancelli arrugginiti da un tempo prevedibile. Quel monologo lo conoscevo bene, avevo memoria della sua intensità e riascoltarlo di nuovo mi ha fatto riflettere.

Malgrado siano trascorsi ottant’anni dal celeberrimo film, il concetto racchiuso non stride, anzi è estremamente attuale. Ciò evidenzia il fatto che noi uomini compiamo gli stessi sgarri, anche se in ere ed epoche differenti.

La società del ventunesimo secolo, cammina nel progresso scientifico e tecnologico, ma regredisce in quello umano. Involve nel dialogo fra mente e spirito, – una capacità che nelle Università di oggi non si insegna- . Fra le cattedre dimora il tecnicismo, la sperimentazione e la malsana intenzione di dominare anatomia e genetica. C’è discordanza fra istruzione ed educazione, – due elementi che non vanno quasi mai a braccetto – .

La tecnologia insegue le casistiche ed è maniaca del controllo. Ci monitora costantemente attraverso telecamere, droni, GPS, computer e smartphone. Elabora dati anagrafici e biologici a nostra insaputa, sfruttando così il nostro ingenuo consenso. Immette microchip sottopelle, usa i vaccini come alibi per alterare salute e alimentazione. Strappa lineamenti da un viso qualunque, per trasferirli su umanoidi che di umanità non sanno che farsene.

Basti pensare alla donna – robot Sophia: un adroide sociale prodotto dall’azienda di robotica Hanson Robotics Limited, con sede a Hong Kong, presente sul mercato dal 2015Sophia formula concetti di senso compiuto e registra le conversazioni precedenti. Comprende il linguaggio dell’uomo e reagisce agli stimoli con 65 espressioni facciali. È bella, sorridente, affabile ed elegante. Ha la fisionomia di Audrey Hepburn, ma le manca qualcosa: l’anima. Quella nessuno potrà mai dargliela. È uno strato impalpabile, mistico che la scienza non può ricreare.

Ma la cosa che preoccupa maggiormente è l’ipotetica possibilità di sfiorare un futuro dove l’intelligenza artificiale ribalti ruoli, privilegi e diritti. Un po’ come disse il matematico e ingegnere statunitense Claude Shannon, padre della teoria dell’informazione:

“Verrà il tempo in cui saremo per i robot ciò che i cani sono per gli esseri umani”.

E se tutto questo fosse una prossima realtà? Che destino avrebbe l’uomo?

Di sicuro pessimo. La tecnologia sarà anche intuitiva, ma a lato pratico ci toglie la libertà di essere e fare ciò che vogliamo. Ruba caratteristiche, atteggiamenti e reazioni, poichè carente dei mezzi per poterli materializzare. Charlie Chaplin lo avevo già capitoIl suo discorso ha rispolverato un problema mastodontico, ingarbugliato fra paure e incredulità.

Cosa ci manca per divenire più umani?

Non è il potere o il successo. Non c’entrano nemmeno le intelligenze astrofisiche, geologiche o artificiali. Il mondo ne è già saturo. Certe genialità sono anaffettive, transitorie e scadono da sole. Gasano agli inizi, divulgano scoperte bislacche, trasgressive, ma poi si perdono in fili elettrici, schermi al plasma dove le emozioni non si installano mai. Hanno neuroni con motore diesel che ricoprono lunghezze record, ma non sanno cos’è l’esistenza, la vita, la morte e l’eternità. Tentano invano di allugarne i cicli, perchè la soglia dell’ al di là risulta essere una incognita.

Le menti geniali, restano fenomeni solo nei loro ambiti. Temono ciò che la scienza non spiega, i tasselli mancanti che cappottano la teoria. Temono l’immensità divina e il suo movimento poco inquadrabile.

E allora di cosa abbiamo bisogno? Qual’è la nostra fame?

Unione e fratellanza. Fare opere di buona azione senza lucrarne lo scopo. Abbiamo bisogno di delineare lo spazio sconosciuto, di conferirgli un corpo e farlo elevare. Abbiamo fame di risorse spirituali, di viaggi astrali e connessioni cardiache.

Vogliamo una intelligenza sensitiva, profetica e visionaria. Una facoltà elastica che si estenda su campi d’amore, a prescindere dalle nozioni che la compone. D’altronde l’intelligenza vera è quella atavica, indipendente, sorretta da principi umani. Una conoscenza filosofica che non mangia plastiche e metalli ma migra verso luoghi empatici, ultraterreni dove lo studio parte dall’anima e non dai laboratori. Alberga nella coscienza, interagisce con l’IO senza alcuna ampolla di vetro.

La fame di cui soffriamo è l’astinenza di un senso preciso, l’assenza di una percezione nitida, il rigetto di schemi tecnici e la mancanza di una sostanza che la tecnologia non trova. La fame è sinonimo di altezza, di cima, di apice e mistero. Una visuale vertiginosa che non carbura fra i calcoli, ma solo in mezzo agli impulsi e al desiderio.

“La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, fatto precipitare il mondo nell’odio, condotti a passo d’oca verso le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi.”

La scienza sa stimare, simulare e innovare. Tange il futuro dal presente, attinge da esso nuove panoramiche, ma non conosce le mutazioni di un essere vivente. Il suo complicato sviluppo e gli imprevisti che potrebbe incontrare. Sarà anche perfezionista, chirurgicamente precisa, ma è totalmente ignara dei meccanismi psicologici.

Dunque cos’è che ci può riempire? Numeri, parole o denaro?

Nessuna delle tre opzioni. La risposta è UMANITÀ. Abbiamo bisogno di lei, come dell’aria che sposta le nuvole e solleva le foglie. È un distintivo che ci rende migliori ma una ricchezza che non sappiamo disseminare. L’umanità non è un innesto. Non è un progetto clonabile, ma l’insieme di cellule pensanti che si innamorano fra di loro. È natura che prolifera laddove gli organi sono compatibili. È cuore aperto e occhi caldi. Un riflesso inconscio paragonabile al respiro, ma dimenticato nelle sue gerarchie.

Un genio che non conosce amore e non sa di esistere, non è umano. A stenti sopravvive e poi smette di emozionarsi. Per dettare cambiamenti, deve scansionare i suoi battiti e approfondire la sua identità. Deve amare se stesso prima delle sue invenzioni.

Sono i sentimenti a migliorare l’uomo. Le emozioni traghettano valori, etica, rispetto, solidarietà verso il prossimo e la propria comunità. Agiscono in funzione di un bene collettivo e alimentano la sua forza elargendolo anche agli altri.

A tal proposito, lo scienziato Richard Feynman, – grande fisico del novecento, vincitore del premio Nobel per il contributo allo sviluppo dell’elettrodinamica quantistica – , stilò sei fondamentali insegnamenti di vita e fra questi, quattro incisivi:

Sforzati di essere sempre diretto e sincero nel comunicare

Mira a essere disponibile e gentile

Renditi conto che la vita è un’avventura eccitante

Mantieni sempre il senso dell’umorismo.

L’esempio concreto di una mente brillante che pulsa nel cuore. Una genialità vivida che abbraccia i suoi strati profondi.

L’uomo dunque, è ricco se coltiva tenerezza, pietà, sensibilità, cristianità, ma raggrinzisce qualora è apatico e sceglie di permanere nella sola e sterile ragione.

IL GRANDE DITTATORE, – discorso all’umanità:

EZIO BOSSO – Rain, In your Black Eyes –

Luce Argentea

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