Ragazza Rapace

Amo il termine “follia”.

Folle è la passione, la poesia, la profezia. Folle è ciò che non ha regola solida, ma deviante. Una rete che filtra la polpa e ne conserva il nocciolo.

La sua natura mi calza a pennello perchè raggruppa sensazioni atopiche, originali ed eccentriche. Ha un senso non schematico, prossimo al sublime e in lei c’è la mia strada, il senso puro della vita.

Sono una ragazza rapace, che si addentra in selve fitte per imparare cose nuove. Spio il futuro da sopra un albero in cui la tranquillità mi parla e illumina. Ho spalle larghe, immuni da ruvidità. Sono come ali che si aprono nell’emergenza. Accettano legatura, a patto che ne escano più libere.

Vivo tutto all’ennesima potenza; un granello per me equivale a un macigno. Sopporto male il suo volume ma tollero il suo premere continuo e resisto in silenzio, finchè posso. Sento e vedo doppio, le situazioni mi investono e di rado le sorvolo. Non sopporto le ore ammuffite che abusano del mio fiato, i soffi flebili, poco tonici che sloggiano proprio quando li aspiro.

Abbondo ovunque, proprio in un mondo dove le briciole vengono pagate a peso d’oro. Abbondo dove l’aridità mi insulta e le mani sono tirchie. Se mi parli di sentimenti poi, il sistema parte da solo: quando amo qualcuno lo avvolgo assieme al suo recinto, lo stropiccio di passione e gli regalo la mia pelle. Paziento, sospiro, mi mordo dentro e lo aspetto. Scuso il suo ritardo e infine mi lego a lui.

Dammi una bocca generosa, un bacio che timbra ed io toccherò il cielo. Dammi uno sguardo languido, complice da farmi innamorare. Ma non combattere i miei istinti, altrimenti ti cancello e se ti chiudi a conchiglia, cercherò altre perle.

Mi immolo dove serve e dove ne vale la pena. Mi sveno in base a necessità di cui avrei diritto, anche se il diritto di me si dimentica molto in fretta. Sono un animo irrequieto, un cuore allagato da attese ingiuste. Una faccia della ragione ferita, che di follie ne assaggia.

A dirla tutta, adesso preferirei non esserci e nemmeno esistere. Ho cavità impenetrabili che l’amore non rintraccia. La mia materia arresta l’aria e il mio grido non fa ritorno. L’obiezione soppressa mi toglie valore, tatto. E quel tocco adesso non accarezza più, ma si ferma al primo brivido. Ed io cerco qualcosa che mi traduca senza lasciarmi a metà. Una forza che oltrepassi gli schemi e mi dia gioia. Cerco la scossa che resta in cima alla piramide. L’ impatto che dimora nel cambiamento violento e nel dolore di un urto.

Se l’eros evade, la follia piange, poichè nessun raziocinio riesce a catturarla. L’amore è il solo a capirla e a darle consistenza. Viaggia insieme a lei, affinchè raggiunga un luogo protetto. Ma se è occupata dal senno, parla a vanvera. Esprime concetti sconfinati, di cui la mente non sa che farsene.

Le nostre profondità sono pane per l’erotica. Senza eros, non c’è filosofia nè ricerca di verità. Il verbo si siede e resta immutato quanto una statua. D’altronde non puoi scoprire da dove vieni, se di te non hai un pensiero assurdo. Non puoi fare la differenza, se non impari ad esagerare. Diventi qualcuno, laddove consulti la pazzia. Quel flusso che ti circola dappertutto, appena ti abbandoni.

Indubbiamente l’eros è il collante fra i due. Ma se l’amore sciopera, avrai l’eternità che si ripete all’ossesso, senza darti tregua.

MySelf by Luce Argentea

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